Comici Creativi Guerrieri – Pelin e Sasha – Architetti senza tetto

di pelinstory -pelin santilli

 

DSC_3459_e     DSC_3471_e

Pelin e Sasha

DSC_3277_e

Accompagnati da Lia, questa volta andiamo a conoscere Sasha Prosperi e Pelin Santilli: tatuatrice lei, disegnatore popsurrealista anarchico lui. Siamo curiosi di conoscerli, sia perché ci affascina il loro mondo estetico un po’ gotico e caricaturale, sia perché vogliamo vedere come si vive a L’aquila a due anni dal terremoto. In realtà la loro casa è poco fuori la città, in un posto il cui nome è tutto un programma, Monte Fracido Collefracido.

Per arrivarci usciamo dal casello autostradale di L’Aquila ovest dove ci accoglie un pezzo di periferia anonima e caotica come ormai ci hanno abituato le città abruzzesi. Capannoni, villette, centri commerciali assiepati intorno a strade un tempo provinciali oggi centrali del nuovo assetto cittadino. Monte FracidoCollefracido, per fortuna, è distante da queste arterie affollate, si sale sul versante della montagna e sembra di entrare in un vecchio borgo montano, ormai deserto.

La casa di Sasha e Pelin è un’aperta provocazione già dal colore: rosso acceso, impossibile non notarlo. Dentro la casa è come questa allegra famiglia in cui cucine tappezzate con motivi leopardati, dipinti surreali e dark, icone votive e vecchi manifesti del PCI convivono con spirito ironico e polemico. Gli arredi e i quadri ci hanno incuriosito ma la vera sorpresa è il bagno: una stanza quadrata in cui troneggia, ruotata di 30 gradi, un’enorme vasca da bagno a 2 piazze intorno alla quale sono disposti gli altri sanitari indipensabili a un normale locale igienico.
Anche se dentro casa ogni angolo si riveva una miniera di cimeli e oggetti bizzarri è fuori, nel giardino, che abbiamo passato la maggior parte del tempo. Sul grande tavolo apparecchiato sotto il pino abbiamo pranzato (piatto forte le pappardelle al guanciale e verdure dell’orto, quello di Sasha e Pelin, ovviamente, per non parlare delle olive ascolane, i latticini aquilani, la focaccia di Lia e i dolci di Monica), bevuto, chiacchierato, abbiamo ripercorso vent’anni di storia italiana fino al terremoto del 2009.

In questa casa, che è un atto di sfida al terremoto, espressione di una voglia di ricostruire, a partire dalle piccole cose quotidiane, una normalità impossibile, i segni della convivenza col sisma sono ovunque. Dalla piccola stanza prefabbricata costruita nel giardino, abbastanza distante dagli edifici pericolosi ma sufficientemente vicina da raggiungere in caso di pericolo, dagli oggetti ammonticchiati ovunque lasciati dai parenti che non hanno lo spazio sufficiente nei nuovi moduli abitativi per riporvi le cose della vita precedente, fino alle lampade d’emergenza sotto i letti e in ogni stanza. La casa di Sasha e Pelin spicca nel borgo, non solo per il colore acceso, ma perché viva, pulsante e chiassosa dei giochi dei bimbi. Intorno, però, la maggior parte delle costruzioni è stata abbandonata. Camminare per le stradine è come muoversi dietro un set cinematografico dove le facciate sono solo paraventi sorretti da complicate impalcature. Dalle finestre semiaperte si vedono ancora armadi pieni di stoviglie e bicchieri, tavoli da pranzo lasciati a ricordare stanze che non ci sono più. E nel silenzio irreale che cala con la sera, l’unico rumore che si sente è il ronzio dei contatori elettrici che, con le loro spie rosse, in standby, punteggiano il buio.

 

316364_200216460050198_189950383_n

 

Per iniziare, ci raccontate che cosa fate nella vita?

Pelin – Il rivoluzionario di professione.
Sasha – Tatuatrice, mamma, artista, un po’ di tutto…
Pelin – Come dice mio figlio, io disegno mostri.

 

Prima di arrivare alla vostra attuale professione, mamma tatuatrice e disegnatore di mostri rivoluzionario, avete fatto altre esperienze?
Sasha – Ho lavorato nel campo della scenografia, allestimento di locali, piccolo artigianato, per non parlare di tutte le esperienze più disparate, ho fatto anche la gelataia… però, fondamentalmente disegno fin da quando sono piccola, quello è il filo conduttore della mia vita.
Pelin – Pulivo le scale, facevo il sostituto portiere e mi toccava anche pulire due rampe di scale, lo facevo in quello che una volta era il centro storico dell’Aquila.

 

Prima Pelin, ci parlavi anche della tua passione da militante politico, era anche un lavoro?
Pelin – Era un’esigenza di vita. Per quel che mi riguarda, l’assunto arte-vita è sempre vivo. Quando faccio i mostri è per cambiare lo stato di cose attuale, come diceva Carl Marx.

 

Che tipo di formazione avete avuto, e vi è servita per quello che poi è il vostro lavoro?
Sasha – A me personalmente, ha dato la possibilità di fare quello che volevo, il liceo artistico ha dato un riconoscimento sociale alla mia passione di disegnare. A livello tecnico, non è servito molto, anzi. Per quanto riguarda le tecniche sei tu che devi andare a cercare ciò di cui hai bisogno, lo cerchi dentro i fumetti, i film, i libri, adesso internet.
Pelin – L’esigenza di produrre un’opera d’arte, che sia un disegno o uno scarabocchio su un foglio di carta, è un’esigenza innata, possiamo chiamarla divina? In realtà ci nasci, non puoi dire quando è iniziato. È un’esigenza che hai da sempre e che, di solito, la scuola rallenta. Quindici anni di scuola ti pongono i paletti per cui puoi smettere o continuare. Finita la scuola, decidi se quella passione diventa un lavoro che può maturare insieme con te, oppure rimane un sogno nel cassetto.
Sasha – L’arte è come vedi le cose, come le senti, le trasformi. Quindi, hai più bisogno di qualcuno che ti parli di filosofia piuttosto che di uno che t’insegni la tecnica perfetta dell’acquerello. Forse la scuola potrebbe aiutarti a capire quali sono i materiali che hai a disposizione… ma non lo fa e lo impari solo attraverso l’esperienza.
Pelin – La scuola dell’obbligo fa sì che un ragazzo che ha delle possibilità non le sviluppi, l’università è un altro discorso. La scuola media che ho frequentato era una scuola classista, ebbi la sfortuna di capitare in una classe di borghesi aquilani. Da cosa lo capii? dal fatto che come lingua straniera avevo francese. In genere, un ragazzo come me, che veniva dalla periferia dell’Aquila con genitori modesti, che facevano lavori modesti, doveva fare spagnolo. Naturalmente ebbi grandi difficoltà, il mio italiano era carente da tutti i punti di vista avendo fatto le scuole elementari in una parrocchia. Praticamente, avevamo sempre un’ora e mezza di ricreazione.

 

Per te è stato un trauma?
Pelin – Il trauma è stato quando fui bocciato. Parliamo di un bambino di 11 anni a cui si diceva di non poter frequentare la scuola. Non so dove l’ho messa, perché il terremoto ha scombussolato le cose, ma la pagella della terza media diceva che il ragazzo era buono, si applicava, però, non era in grado, si consigliava l’introduzione nel mondo del lavoro.

 

Il contrario del famoso “è intelligente ma non si applica”…
Pelin – In pratica mi dissero che dovevo fare il meccanico: oggi sarei molto ricco, però, non conoscerei Maiakoskji!

 

Come sei uscito da questo trauma?
Pelin – Devo ringraziare i miei genitori perché non se ne sono importati e mi hanno fatto continuare a studiare. Poi, è arrivato l’istituto d’arte, che in realtà era una scuola debole dal punto di vista dell’istruzione, ma c’erano un paio di professori simpatici che mi hanno fatto scoprire la letteratura. Dal terzo superiore ho cominciato a leggere, e da quel momento, attraverso i libri, ho scoperto che il mondo è grande.

 

Oggi, se poteste, a quale corso o scuola vi piacerebbe iscrivervi?
Pelin – Vorrei imparare a fare il pane.
Sasha – Farei il corso di Jodorowsky sullo sciamanesimo.
Pelin – Quello è sottinteso…

 

Anche tu, Pelin, lo faresti?
Pelin – Sono artaudiano e gramsciano, non mi serve Jodorowsky.
Sasha – C’è un casale in Umbria dove passi tre giorni con Jodorowsky…
Pelin – Ma quello è Cristobal, il figlio di Jodorowsky… a me interessa lo Jodorowsky degli anni ’60. Adoro la cultura underground degli anni ’60, così umana, così ecce homo, così nietzschiana. Vabbè, io Nietzsche lo cito, ma non l’ho mai capito. Però, è arrivato Jodorowsky con i suoi film, El topo, La montagna sacra… ci trovi Nietzsche in tutta la sua potenza, ci trovi l’estasi e la cattiva estasi. Poi, c’è anche Hermann Hesse che mi ha fatto scoprire l’anima progressista di Nietzsche, quella che, in parte, mi ha spinto a fare politica.

 

Ci parli del tuo percorso di militante?
Pelin – Ho cominciato alle scuole superiori occupando la scuola, un’esperienza bellissima… avendo questi rapporti profondi con la letteratura, ho sempre cercato di produrre in politica la radicalità della letteratura del ‘900, nel senso che ho cercato di rifare tutto quello che un ragazzo del 1917 avrebbe potuto fare.

 

Tutto questo a L’Aquila?
Pelin – D’estate arrivavano i Romani a farci lezione coi trip, l’lsd…

 

Cosa facevate, le colonie estive a base di lsd?
Pelin – Eravamo una generazione obliata, nel senso che non sapevamo niente di quello che era successo tra il ‘68 e l’’85. Facevamo una sorta di studio antropologico, attraverso i libri cercavamo di ricostruirci una realtà artificiale che fosse verosimilmente vicina a quella degli anni ’70. Tra quei tempi e i nostri, l’unica cosa che era rimasta la stessa era proprio la droga.
La grande comunicazione che produce oggi il computer all’epoca non c’era, quindi cercavamo informazioni attraverso il passaparola. Ti racconto come ho conosciuto Bukowski in colonna, sotto i portici. A un certo punto uno mi ha detto: “Ma tu l’hai letto mai Bukowski?”, e io pensavo “Ma chi cazzo è questo scrittore russo…”

 

Sei stato a Genova col G8? Quest’anno si è parlato dell’anniversario, com’è ripensare ai fatti di allora dopo dieci anni?
Pelin – Vuoi l’analisi politica o umana? Dal punto di vista umano è la disperazione, la tristezza, una cosa che poteva essere e che non è stata. Fu un momento bellissimo, incredibile, successe che quello che tu pensavi lo pensavano milioni di persone, in tutto il mondo. Pensavi che finalmente qualcosa sarebbe successo. Ci sentivamo estremamente a casa rispetto a oggi. Oggi è l’esigenza di legalità, allora era un’esigenza di cambiamento, di rivoluzione, di finire con un mondo e iniziare con un altro. È finita che abbiamo preso un sacco di mazzate, tante mazzate…

 

Eri in prima linea?
Pelin – Sì, però stavo con i cattolici, ancora più prima linea di quella della disobbedienza. Non me l’aspettavo neanche io, che potessero picchiare i bambini dell’azione cattolica… Dopo Genova, ho intuito che quel grande movimento spontaneo stava per vedere la sua fine, e quindi ho fatto la scelta del riflusso, classica. Mi sono iscritto a un partito, Rifondazione comunista, ho preso un circolo che era semiabbandonato, e ho cercato di ricostruire, attraverso le istituzioni, quella rivoluzione che era mancata attraverso la piazza.

 

E ci sei riuscito?
Pelin – No, il mondo è supercrudele.

 

È allora che sei diventato segretario di partito?
Ero quello che si prendeva carico di tutta la situazione: facevo i volantini, organizzavo le assemblee, trovavo i voti per il consigliere, tramavo dentro al partito per far vincere una parte che poi ci portava ad avere il consigliere o l’assessore… insomma ero una persona orribile…

 

E cosa ti ha fatto decidere di smettere?
La mia matrice rivoluzionaria, vagamente anarchica, ha ripreso il sopravvento. Quando c’è stata la grande rottura del governo Prodi, e la fine di Rifondazione comunista, ho fatto una scelta che, da maturo, reputavo più seria, ovvero Vendola. Ho fatto la mia battaglia politica da solo contro l’impero, l’ho persa, e ho avuto la chance di tornare a casa dalla mia bellissima famiglia.

 

Per tornare a voi due, come vi siete conosciuti?
Pelin – Ci siamo incontrati grazie Lorenzo Marvelli dei Teatri OFFesi di Pescara.
Sasha – Per un periodo ho collaborato con Lorenzo per un progetto di scenografia attiva, non le solite quinte al cui interno si muove l’attore, bensì una scenografia che si muove con l’attore, che a volte lo sovrasta e a volte lo incatena.
Pelin – Collaboravo con Lorenzo, lui fa questo tipo di teatro molto civile da un lato ed estremamente artaudiano dall’altro (il termine artaudiano è un po’ come gramsciano, lo buttiamo là), è un teatro di vita, contro il teatro di posa. Inoltre eravamo militanti a Genova insieme, lui, paramedico per l’organizzazione del Social Forum di Genova, si è ritrovato massacrato più di me …
Sasha – Però, io non ti ho mai visto lavorare con Lorenzo, non mi ricordo mai di averti incontrato lì.
Pelin – Io invece ti avevo notata…
Sasha – Ci fu una serata di Lorenzo al teatro stabile dell’Aquila, dopo la quale siamo andati a bere in giro e lì ci siamo conosciuti.
Pelin – Abbiamo iniziato subito a collaborare. A quei tempi, non avevo ancora nessun tatuaggio.

 

Parallelamente alle sue esperienze artaudiane e gramsciane, Sasha, quando hai iniziato a fare tatuaggi?
Sasha – Ho fatto il mio primo tatuaggio a tredici anni dopo aver visto Noi ragazzi dello zoo di Berlino in cui c’è la tipa che si tatua con l’ago. Quando sono andata al liceo artistico di Teramo ho incontrato degli amici che avevano iniziato a fare tatuaggi. Si costruivano le macchinette da soli, con il motorino del walkman, e la loro idea era che io dovessi preparare i disegni e loro tatuarli. All’Accademia di Belle arti, sapendo che avevo già fatto un po’ di esperienza, mi hanno letteralmente costretta a tatuare, prima un amico, poi tutti i miei amici per arrivare agli amici degli amici. Così, un po’ alla volta, è nata questa grande passione. Per me, semplicemente ho cambiato supporto, sono passata dai fogli di carta alla pelle.

 

Non ho la più pallida idea di come si faccia un tatuaggio… sono rimasto a quei tatuaggi che si facevano da bambini con quelle specie di decalcomanie di Goldrake che con la sputazza si trasferivano sulla pelle…
Sasha – Il concetto base consiste nel far arrivare il colore sotto pelle incidendola. La tecnica più elementare è quella dell’ago con del filo: fai dei puntini attraverso cui porti il colore nello strato sottostante. L’evoluzione della tecnica consiste nell’uso di una macchinetta elettrica in cui l’ago si muove meccanicamente.

 

È un po’ il funzionamento del disegno col rapidograph?
Sasha – Quello per me è stato un buon esercizio. Mi è sempre piaciuta la penna a china, la vedevo usare da mio padre quando faceva i manifesti politici del PC. Già al liceo artistico mi divertivo a riempire le mani delle mie compagne con questi disegni psichedelici, quello assomigliava molto sia come segno, sia come gesto, al tatuaggio, semplicemente dalla superficie bisogna andare un po’ più sotto.

 

Quanto bisogna andare sotto la superficie?
S – Poco, uno o due millimetri. Nel derma ci sono tre strati, col tatuaggio si arriva al secondo. Nel primo strato ci sono le cellule che si sfogliano velocemente, per cui se fai il tatuaggio troppo in superficie si perde. Se, invece, vai troppo in profondità, arrivi allo strato cheloideo, quello che produce le cellule, col rischio di provocare una cicatrice. Lavorando a mano si arriva anche allo strato cheloideo, però è un tipo di incisione che non traumatizza eccessivamente lo strato, per cui si ottengono bei risultati anche senza provocare cicatrici. Dipende anche dalla tecnica usata, in quella giapponese, iretzumi, si deve essere molto attenti.

 

In che cosa consiste questa tecnica?
Sasha – Si usano bacchette di bambù di mezzo metro, con una serie di aghi attaccati all’estremità. Si appoggiano sull’avambraccio e poi, con dei piccoli movimenti, incidono la pelle in maniera obliqua.
Pelin – Mentre ti fanno il tatuaggio devi stare su un tappeto in mutande…

 

Per forza in mutande?
Pelin – In mutande, con un pannolone, e stai esposto al pubblico ludibrio di tutti i passanti, e sono migliaia, della convention.

 

Mi sto già sentendo male… non posso vedere nè nemmeno immaginare di vedere del sangue…
Pelin – Non hai mai visto Tricks bloody fix?
Sasha – Non c’è sangue… Nel tatuaggio polinesiano si usano come dei martelletti che vengono percossi velocemente.
Peliln – Sempre in mutande…

 

Come si ottengono le linee?
Sasha – Sono sempre puntini molto ravvicinati, come da definizione di retta: un insieme infinito di punti allineati…
Pelin – Comunque, i tatuaggi giapponesi o polinesiani sono lavori codificati, non puoi scegliere cosa farti tatuare, appartengono alla tradizione, alla cultura della yakuza, hanno determinate regole.
Sasha – Rappresentano miti, simboli.
Pelin – Per leggerlo in maniera pop, vedere i film di Mijazaki aiuta, cerca di alfabetizzare anche i non addetti.
Sasha – Per i polinesiani, poi, il tatuaggio è una sorta di albero genealogico…
Pelin – Ti scrivono, Antonio nato da Maria…
Sasha – Poi, noi occidentali prendiamo queste immagini e le tatuiamo a cazzo…

 

Parliamo delle origini del tatuaggio, possiamo dire che nasca in Oriente?
Sasha – In realtà, ogni cultura ha sviluppato l’arte del tatuaggio, già Oetzi, la mummia del Similaun aveva dei tatuaggi. Si pensa che avessero una funzione curativa, perché erano delle incisioni fatte all’altezza delle articolazioni dove ci potevano essere problemi reumatici che il carbone, usato come pigmento, poteva alleviare.

 

Riguardo al tatuaggio moderno, una delle prime cose che mi vengono in mente sono i tatuaggi dei marinai, sono loro che importano l’arte del tatuaggio orientale in occidente, e in qualche modo lo inseriscono anche nel sistema delle pratiche estetiche più diffuse?
Sasha – In realtà lo fanno ritornare, perché non solo si fanno fare i tatuaggi fuori ma spesso, prima di partire, si fanno dei tatuaggi per proteggersi. Si tatuano tutti i simboli del ritorno a casa come la rondine o l’ancora. In Italia, non tutti lo sanno, esiste un forte filone di tatuaggio votivo, soprattutto qui in Abruzzo. Il mio bisnonno era tatuato, perché si usava andare in pellegrinaggio alla Madonna nera di Loreto per devozione e, una volta arrivati, erano tatuati dagli stessi frati. Anche i primi cristiani si tatuavano il simbolo di cristo, il pesce, come forma di riconoscimento, pratica che, in seguito, la chiesa ha vietato.
Pelin – La grande tragedia del tatuaggio avviene in Italia con l’unificazione, quando la cultura dominante decide di escludere dalla “narrazione” corrente le pratiche più scabrose o politicamente scorrette. In realtà, il tatuaggio, come altre forme popolari, pensiamo alla taranta, hanno continuato a esistere in alcuni ambienti sociali estremi, quelli dei nobili o, al contrario, quelli dei malviventi.
Sasha – A tal proposito, ci sono cose che non si possono tatuare, come i puntini. Un puntino vicino alla bocca, all’orecchio o all’occhio significa che non parli, non vedi e non senti. La scelta del soggetto da rappresentare è importante, si dev’essere consapevoli.

 

Capisco, quindi, che sia un errore pensare che il tatuaggio sia arrivato dall’esterno della nostra cultura, quando invece le apparteneva e, forse, volutamente, è stato nascosto, però, oggi, avere un tatuaggio non è una moda?
Sasha – Credo che l’interesse contemporaneo per il tatuaggio provenga dal periodo della body art, da un’attenzione per la modificazione e riappropriazione del corpo. Nel momento in cui ti tatui, fai un gesto di riappropriazione, affermi questo sono io e faccio di me ciò che voglio, e poni dei limiti o ti metti all’interno di determinate categorie. Ho anche una mia spiegazione personale: viviamo in una società completamente anestetizzata, non soffriamo più, però il rapporto con il dolore è importante, perché ci fa rendere conto di quale sia il nostro limite di esseri umani, quindi, il tatuaggio è un modo di ritrovare questo tipo di dolore, diventa un vero e proprio rito di passaggio. Il tatuaggio diventa un’esigenza, è un atto volontario di farsi del male e poi del prendersi cura, è un’operazione performativa.

 

In questo periodo quali sono i soggetti richiesti più ricorrenti?
Sasha – Ora non ce ne sono di particolari, c’è abbastanza confusione. Una cosa che però voglio sottolineare è il fenomeno del tatuaggio post terremoto. Dopo il terremoto dell’Aquila tantissime persone che non si sarebbero mai tatuate l’hanno fatto, proprio per segnarsi ancora di più, come se non fosse stato abbastanza, oppure per fermarlo portandolo su di sé. In questi casi ho cercato di proporre un mio discorso estetico attingendo all’iconografia abruzzese: ho cercato di proporre il rosone di Collemaggio come trama decorativa, oppure la presentosa, o i draghi, ritrovati proprio nei nostri siti archeologici, e c’è stata una buona risposta.

 

Nel tatuaggio c’è, paragonando alla pittura, anche una corrente astratta?
Sasha – Certo ed è bellissima, quella di Jeff, dei Belgi, che a me piace molto. Qui, in Italia, c’è un concetto stereotipato del bello, vogliono il fiorellino, la fenice, la fatina, la stellina, la farfallina… li faccio, ma li rielaboro secondo la mia sensibilità. Non ho cataloghi, ridisegno sempre quello che faccio, altrimenti tutti avrebbero sempre gli stessi disegni, e anche per me sarebbe una noia mortale.

 

Sasha, hai parlato del disegno come linea rossa che da sempre ha attraversato il tuo lavoro, è stato così anche per te, Pelin?
Pelin – Fondamentalmente facevo manifesti per il partito, poi, il tatuaggio mi ha permesso di arrivare a un repertorio estetico e figurativo inimmaginabile. È una vera sottocultura, un po’ come la pop art degli anni ’60, muove un immaginario incredibile. Le carte da parati che sceglierete per i vostri arredi cool, verranno da questa esperienza del tatuaggio. Continuo a rimanere stupefatto dal fatto che ancora non venga assunta come risorsa principale dove andare a cogliere nuovi spunti ed energie.

 

Nei tuoi disegni, oltre a influenze dell’espressionismo viennese, si notano anche riferimenti al popsurrealism americano o lowbrown, ce ne parli?
Pelin – Questa roba del popsurrealism è ormai ventennale, anche di più, se la comprano gli artisti di Hollywood e se la ficcano in camera. La lowbrown è un fenomeno ultramaturo in America e in nord Europa, qui in Italia sembra solo che siano dei ragazzotti che fanno mostriciattoli. Mi sembra che qui la lowbrown, il barocchismo, il neopittorico, sia oggi l’elemento contemporaneo. È chiaro che, non essendoci un dibattito politico, non c’è nemmeno un dibattito culturale che affronti il problema della ricerca estetica. Tutto è sottaciuto, male che va si fanno le magliette…

 

Per quanto riguarda i soggetti, sono sempre legati a questo immaginario femminile un po’ dark?
Pelin – Ho fatte le donne “bambolette” perché c’è stata l’esplosione delle donne bambolette, e me le hanno richieste, in particolare una galleria di Amsterdam, in realtà io sarei più brutale…

 

Non oso immaginare…
Pelin – Mi interessa arrivare alla catastrofe per dargli un abbellimento bambinesco, infantile. Ultimamente qualcuno ha eliminato anche l’inquietudine e ha lasciato solo il lato bambinesco, non capendo che in realtà l’elemento importante è altro.

 

Tornando alle domande dell’intervista, quali sono i lavori a cui siete più affezionati?
Sasha – Non sono affezionata ai miei lavori, quando li guardo vedo solo gli errori, sono sempre alla ricerca dei miei limiti artistici e tecnici.
Pelin – Il mio quadro più bello sarà quello che lancerò contro una dozzina di celerini che mi caricano, già mi vedo a lanciare la Tumuletta, un mio disegno con una cornice pesantissima a forma di bara. Ho in mente l’immagine di quell’architetto austriaco Hundertwasser che andava in giro nudo, col pisello di fuori e un quadro sulla testa, penso che lui sia stato in grado di rappresentarsi bene…

 

Ci stai dicendo che te ne andrai in giro nudo con un tuo disegno sulla testa?
Pelin – O l’arte è vita e rivoluzione o è semplice artigianato.

 

Parli al futuro, ma per quanto riguarda le cose che hai già fatto?
Pelin – Le mie opere mi rappresentano a prescindere, ma è il contesto a essere importante, voglio che l’opera sia una rappresentazione arrogante dell’atto di guerra che getto contro il mondo.

 

È la reazione che vuoi provocare?
Pelin – Certo, altrimenti sai che palle.

 

Quando avete bisogno di ispirazione che fate?
Pelin – Guardo l’aquila che arriva, si poggia sull’albero e poi se ne riparte.
Sasha – Siamo fortunati perché ci sollecitiamo molto, prendiamo spunto uno dall’altro. Beviamo un po’, ci rilassiamo, parliamo, litighiamo, facciamo progetti, Pelin si fa i suoi bei monologhi, io aspetto che lui finisca di parlare per contestarlo e così lui riparte…

 

Ci consigliate un sito?
Pelin – Architettisenzatetto, gli architetti che vanno in giro, mangiano, incontrano gente, non come quella trasmissione che fanno su Sky, Cercasi casa disperatamente, in cui cercano casa con un budget di 1 milione di euro, prova a cercarla a meno di 200.000 euro, allora sì che è da disperati…
Sasha – Vi consiglio Culturame, è una piccola finestra sulle diverse culture.
Pelin – Avete presente quando uno si sbronza e inizia a dire un sacco di cazzate e poi il giorno dopo non se ne ricorda una, ecco, su culturame se le ricordano… Oltre ad architettisenzatetto, se non lo conoscete già, vi consiglio Abnormal.com.

 

Una rivista?
Sasha – Mi piaceva Virus ma non c’è più, quelle di settore non mi piacciono, hanno tutte lo stesso taglio commerciale, con queste modelle bellissime photoshoppate.
Pelin – Hanno un taglio fortemente voyeuristico, banale, da rivista anni ’70. A me come rivista piaceva Blu, ma anche quella non c’è più. Compro Rolling Stones ma solo perché costa 2,90 €.

 

Un libro?
Sasha – Uno stupidissimo, di cui sono innamoratissima, Il gabbiano Jonathan Livingston. Mi piace sempre regalarlo.
Pelin – Un libro a cui voglio bene è Chiedi alla polvere di John Fante, poi, direi l’edizione del PMLI sugli scritti di Mao Tze Tung.

 

Tv?
Sasha – Uso la tv come fosse un manuale, prima con i bambini ci siamo visti tutte le Tate, adesso seguiamo Dog Whisperer, col tizio che addestra i cani, oppure Il boss delle torte.
Pelin – C’è da premettere che abbiamo Sky, a casa nostra la tivù generalista è bandita, tranne che La 7.

 

Un film?
Sasha – Crash di Cronenberg.
Pelin – Che volgarata… Scorpio Rising di Kenneth Anger, il film più gay e sexy della storia del cinema. Per dirti come funziona un film di Kenneth Anger: c’è un tizio albino nudo e tatuato che racconta di essere tornato dal Vietnam, questa è la prima parte di Invocation my demon brother…

 

Musica?
Pelin – I cani, Velleità spacca!
Sasha – Rimango sul filone emotivo-sentimentale, sono innamoratissima di Eugenio Finardi, canto le sue canzoni ai bambini per farli addormentare.

 

Tu Pelin cosa gli canti, invece?
Sasha – Canta Bella ciao.
Pelin – Quella so!

 

La città in cui vivreste?
Sasha – Qui, dove sono ora.
Pelin – Fino a due anni fa avrei detto Berlino, oggi non lo so, troppi italiani.

 

Oggi, come lo vedete il futuro de L’Aquila?
Pelin – È una rovina, indolente, immota. È una città che soffre e soffrirà per sempre. Brutta, umanamente, ma come tutto l’Abruzzo. Quando penso agli Abruzzesi ho l’impressione di persone che vivono in un posto che hanno ricevuto in eredità e di cui non sanno cosa farsene. Abbiamo ricevuto una città, un territorio, bellissimi, noi che cosa stiamo costruendo? Centri commerciali.
Sasha – Tutto è difficile…

DSC_3442_e   DSC_3567_e   DSC_3434_e

 

Quali sono le quali necessarie per fare il vostro lavoro, quali possedete e quali vorreste avere?
Sasha – Nel mio campo, non si prescinde dal conoscere tutti i parametri igienici e sanitari.
Pelin – Se non si conoscono tutti i film di Kenneth Anger non si può fare niente, non si può nemmeno toccare una matita né un foglio…
Sasha – Devi saper disegnare e avere voglia di esprimere qualcosa. Una cosa che mi manca è saper tatuare, sono molto autocritica…
Pelin – Se dici così vai a finire da Maria De Filippi, rispondi Kenneth Anger, punto e basta. Sennò facciamo quello che dice, a me piace disegnare, vabbè ciao, mi piacciono i teschi, vabbè ciao… voglio dire che ci sono poche persone che sanno veramente cosa stanno facendo.

 

Sono quasi intimorito nel farvi le solite domande, cosa vi piacerebbe trovare nel vostro futuro?
Sasha – Il mio sogno è poter riaprire il mio studio di tatuatrice nel centro dell’Aquila.
Pelin – Il 2012.
Sasha – Vuoi dire il 2013? perché al 2012 ci arrivi, è dopo che non si sa…
Pelin – Sono per l’apocalisse. Legata alla sera del terremoto abbiamo una canzone che non possiamo sentire più…
Sasha – Rientravamo all’Aquila dopo essere stati alla convention di Silvi Marina e stavamo litigando perché ero stanca del terremoto, delle scosse, volevo solo andare via… Finita la discussione, parte la canzone di Lucio Dalla L’ultima luna, e Pelin subito a dire che era premonitrice e… quella notte è successo quello che è successo. Ora, ogni volta che sento Dalla rabbrividisco.
Pelin – C’è stato un cataclisma, voi non potete capire, ma va bene, secondo me andrebbe fatto per legge, ogni trent’anni un cataclisma, la scossa da un po’ di ritmo sociale.

 

Invece, una preoccupazione?
Pelin – Ormai non sono più preoccupato perché la bolletta del gas è arrivata… Berlusconi fino al 2013? Berlino piena di Italiani?
Sasha – Sono sempre terrorizzata dal terremoto, da allora sono nate tutta una serie di fobie con cui devo convivere.

 

Ci fate i nomi di amici che vorreste farci conoscere?
Pelin – Piotr Hanzelewicz è stato già nominato, quindi, vi nominerei il grande maestro Mariani, gli hanno anche fatto una bella mostra alle Scuderie del Vaticano.
Sasha – Ho tre artisti che hanno modi differenti di approcciarsi all’arte: il primo è mio suocero Roberto, che vive un po’ tutto come una forma d’arte, mi meraviglia tantissimo come riesca a mantenere il suo spazio e la sua volontà di fare opere nonostante il terremoto, la mancanza di spazio, i traslochi. Poi c’è Sara Marzari, ha un atteggiamento verso l’arte che può sembrare caotico ma molto spontaneo e diretto, mi piace anche il modo in cui lavora con i bambini; per finire, Andrea Ciccotelli, una persona piena di talento, molto originale e con grandi capacità tecniche, inoltre, conosce bene i meccanismi del mercato dell’arte, una cosa molto rara fra gli “artisti”.

DSC_3309_e   DSC_3322_eDSC_3525_e

Link:

Pelinstory

JU TATTOO STUDIO

 

298094_200206693384508_858619345_n

Le foto sono di Pippo Marino